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Gatti sui tetti
La gretta tortura e il rilancio;
la manna fortuita e la pietra,
lì, persa nel cuor del disincanto.
Sollievo e rottura, disarmo ed ebbrezza,
attonite terre e infinita saggezza.
Luna canta e con premura
scruta l’eterno …
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Ali
Aprir le ali e spiccare il volo,
tender le braccia all’orizzonte.
Il fendente rompe l’anima e la quiete
distruggendo il porto.
Morto,
come l’esanime sorte e i nascondigli.
Le cicale, immischiandosi,
risolte in un turbinio dinanzi alla terra,
spiccano il volo.
Le ali son spezzate
da fiorenti meraviglie
e tutti ad osservar, disinibiti.
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Odor di casa
Com’è
bello l’odor di casa
e le risacche in riva s’arrendono,
e il naviglio.
La quiete porta,
appisolata in una nuvola amorfa
e l’odor basta a ricordarne il senno.
E il vento, inerme, perde via via
forza e risoluzione.
Vita anticipata,
anime cupuliformi
pulitamente affini con l’eternità.
Vita nostra, vitalità morta,
tutta rintanata lì, nell’odor di casa.
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Pomeriggi
primaverili
Il sole mi bagna i pomeriggi,
e l’avena si mescola con rugiada,
avanzo del mattino.
La mela si serve da sola,
e si offre a me,
con il suo aroma ed un bicchiere di vita,
cosparsi d’appetito.
L’ululato lontano della folla,
m’approda come fronte su un naviglio,
insolite.
Questo sole, così umano,
che si flette oltre il vetro,
assopisce ogni insperata malizia.
Sono le quattro e un tombale silenzio,
mi rimembra grassi campi
e le nostre, giovani corse.
La libertà di fingere,
mescolata ad un’insipida malinconia,
quasi mi induce a chiedermi : perché ?
Perché strade così buie, senza voce,
sono prive d’ogni inibizione
e corrono sotto i miei piedi ?
Perché le nubi, così brune e bigie,
soffrono il sole di pomeriggi primaverili ?
Adesso stanco, chiudo gli occhi
e immergo il guardo oltre le voci
e le palpebre umide.
Spingo le ossa nella speranza
che ogni corda lacerata,
riesca ancora a tenere
ogni pensiero in vita.
Cerco risposte
affacciandomi ad una finestra silente
e ciò che ottengo
è solo un raggio di sole.
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Respiro
Prugna di rosa, boccale acquitrino,
divergente e formosa, risale al mattino;
e la nuvola, uggiosa, afferente le altre,
s’addormenta più ansiosa
muovendosi lenta … da ogni parte …
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Sovente
Un sorriso abbraccia il giorno
e come fai senza osservare
innumerevoli attrazioni chiare,
solo al dileguarsi tutto intorno ?
E la ragione affonda piano
il suo ricordo e una bandiera
senza età, né religione,
come vita assaporata da un gabbiano,
ottunde il mondo e la stagione,
sgattaiolando nubi e ceri,
fumi e veri offuscatori,
semplici e strani ammiratori.
Un fulmine nefasto asperge sale
e un’emozione fila via,
con la sua tumida aridità,
con la sua gente il suo rancore.
Bivaccavo da due giorni
e non me ne resi conto …
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Vita da prete
M’accascio su una pietra
quasi morto
e il mio pensiero fugge piano, vola via.
La pergola già osserva
il buon mattino
e già s’oppone
al suo sapore di rugiada.
Mi imbevo di ragione
e non mi spiego perché mai
si vive soli, in una chiesa.
Poi nasce in quello specchio
l’immagine di me e, viva,
m’appare la risposta.
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Tristezza
Attanagliato
da un vissuto quasi morto
e disegnato
da un pensiero mai più libero,
cerco oltre la collina
una risposta bianca
che, dileguandosi nella notte,
ricompaia fresca e nuova
alla luce del giorno.
Sono un corpo esanime
abbandonato
alla triste volontà del tempo.
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Gennaio ‘07
Aspergo i miei ricordi
su una vecchia melodia
e le genti, in riva al borgo,
sono sature di freddo.
Aspetto il suo ritorno
per un anno
e non la sento
quella gelida risacca
di vento appena nato
e quella dolce sensazione
che il suo ruolo
in questa landa
sia versare
litri di tristezza
nelle fresche menti
di Natale.
Così lascio il mio cuore
imbevuto di neve
alle fosche fantasie
di una mente invernale.
Obietto ogni sospiro,
rifiuto ogni carezza
e mi chiudo nella noia
di un insolito gennaio.
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Tutto me
Ho lasciato il mio cuore
imbevuto di neve
tra le forme offuscate
di memoria che muore,
e i miei sensi già stanchi
di una tale armonia
deflettono, ubriachi,
da profonda ragione,
costeggiando albe nuove
e tumide terre.
Ho lasciato il mio tempo,
ormai stolto e distratto,
a una voce assopita che cala …
su una nuvola nuova.
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Prigioniero
Ho l’anelito di nebbia
che mi infesta
la prigione di preghiera,
e non è tutto :
forse sembra
che la somma religione
sia il respiro
di un raggio di sole,
che si perde
nell’attesa di un gabbiamo,
in questo posto
di pacifici buoi,
campi e verdi destini.
Vivo prigioniero.
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Risveglio
Il sole si specchia
sui balconi bagnati
d’una pioggia notturna.
M’acceca ed i miei occhi
non si vogliono svegliare.
Sforzandomi, li apro,
e il buon mattino
è di nuovo vivo.
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Sei bella semplice
Sei bella così – semplice.
Come ghirlanda di rosei fiori
e tempesta di libidine,
libellula in tempi avversi ed in più anime.
Sei bella semplice.
Come ore di giorni inutili
e indissolubile amarezza,
come luce che lascia il termine
ad un contorno di sua stranezza.
Sei bella così, Luna.
Sei vita di selve immobili
e vortice di follia.
E disincanto. E vergine.
Sei bella così – semplice.
Come notte di voce e cercine
di sana e robusta poesia,
come solco di vario topazio
ed attenta melodia di Venere,
sei voce di tempo immemore
e di risacca e di via.
Sei bella così – semplice.
Come mare che finge, d’agosto,
di cingersi d’allegria
mentre sale, malinconico,
un tramonto
che beve sangue dai suoi sorrisi.
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Piangerò
Così, questa notte, piangerò.
Piangerò senza te.
Chiuderò i miei polsi umidi
su se stessi, arrotolandoli
intorno alle mie ginocchia flesse.
Ed i miei gomiti,
piangendo con me,
vestiranno come alberi d’inverno
per vincere quel gelido freddo,
dentro.
Ma questa notte piangerò.
Piangerò il tuo ricordo
e le mie orme sulla tua pelle,
grigia quando eri triste,
loquace in serenità.
I tempi d’allegria piangono
ancora, e con me,
il tuo ovvio sorriso.
Stanotte già
piangerò, per te.torna su
Insonnia
Ho scritto lampi di speranza,
questa notte,
e ho raccontato al mio segreto
tutto il mio mistero.
Ho rivestito di rugiada nuova
ogni mia malinconia.
Poi, temo di aver vinto il sonno.
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Effetto di luna
Il riflesso induce nuova sensazione del dolore
e il lume luteo ci ricorda ch’è già notte.
La luce artificiale fa da scudo
alla visione di una notte naturale
con i volti e le espressioni
che a stento si riconoscerebbero.
L’ululato lontano di uno stormo
di foglie appisolate, fa paura,
e la vita pian piano si scioglie
dinanzi alla cocente natura.
Ali lunghe e malinconiche di un gabbiano di città
quasi fingono di star bene
in questa lurida poltrona di vizi,
e la rozza sensazione è quella di vivere
qui, ove è impossibile sospirare.
Guardiana della notte,
altezzosa vetrina d’ingegno,
aborra il nostro senno
o almeno non privarci più
del tuo tipico effetto di luna.
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In dolore …
Ogni anima piange vita
in ogni suo dolore.
La ragione ne raccoglie i detriti, i mille pezzi,
ed ogni lacrima versata tenta, invano
di fare da collante.
Vetri aguzzi e illuminati
fanno spola tra l’orizzonte e il cielo;
ma ora è tardi :
già muoio
in ogni mio tramonto.
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Mamma
Mamma,
ho scritto tanto questa notte,
le mie dita divelte
non sapranno mai colmare
la tua assenza.
Cede, la luce,
il suo ultimo gemito alla notte
e già sento le mie speranze
offrirsi al peggiore sacrificio.
Ho vinto lunghe tentazioni
non desiderando più
l’amore eterno o la ragione.
Ho scoperto di esser morto
nel giorno in cui
la vita t’ha lasciato sola :
come io adesso, senza te,
mamma.
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Porto al tramonto
Ormeggia la nave
e già cade il silenzio
su una nenia che narra
del giorno che fugge lontano.
E la torre e le barche
si fermano e perdono moto,
pian piano cala la sera.
Il disco lontano diventa
man mano più grande,
colora di rosso ogni cosa :
qui sembra che tutto bruci
ma è solo
l’eterno abbraccio di un tramonto.
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Incastri
Uno zaffo di terra
affiancato da dolci pendii
che si perde tra i rozzi cipressi
affogati in un freddo novembre.
Costeggiato da rivoli nudi
che, vergini, giacciono
alzandosi solo se, mite,
su di loro s’affaccia
un bel raggio di sole.
La pioggia ristagna
in pozze violacee
la cui unica prece
è riflettere il sole
di un giorno sbagliato.
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Visione cittadina
Colombi obsoleti
ricalcano segni inconsueti.
Trovano spazio,
in questa folla di vizi,
le meraviglie di un passo
che tremola
di fronte al mistero del mondo.
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Mare dentro
Non fletterti sul rivo
che già piange il tuo pensiero
e forse è tardi
per versarsi su una triste melodia.
La ruggine t’assale
ma già piove e l’acqua e il sale
son già pronti
per dividere la tua città
dal male.
Recidere la nebbia
sarà come vestire un velo
e scoprire, presto,
che tutti osservano
il tuo mare dentro.
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Alla vita
Oh vita,
il mio respiro pullula di sacrificio,
s’alza piano nella foresta
il profilo delle mie mani,
non vive più il desiderio.
Tristi le insegne
di una nuova malinconia,
ho pianto troppi giorni,
ho bevuto le mie stesse lacrime.
S’avversa il mondo contro le mie ferite,
ho paura, da adesso,
di non volerti più, vita.
Oh, ventre del mio stesso dolore,
la mia mente s’uccide,
si chiede come fai ad aprirci l’animo
con un semplice sorriso
dell’amore.
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Notte di pioggia improvvisa
Adocchiar le mille lune
in questo cielo di seta,
i cristalli delle stelle
sono esili come pensieri.
Ancora, lo sferzare dei fulmini
risuona nei ginocchi
e il desiderio è di fuggire
ove sia impossibile ascoltare.
I cicli di ragione
imbevono la mente di segreti,
la luna non c'è più,
non c'è la sera.
La nuvola spugnosa si prepara
a piangere il mistero
dei suoi infimi pallori,
fioccano lacrime d'idee.
Lo stridulo racconta l'emozione
di eludere il vento,
e vincer, con la forza,
la ruggine di vetro.
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Ignoro
O l’anima, o tutto il resto,
nessuna immagine riaffiora più.
Sulle vette dei perdenti
vivono scogli sfiniti al sole
e lo sguardo colluso
di chi vegeta oltre la tempesta.
Non ho più desideri
ma tremendo avvenire
e nella limpida tribù della mia mente
odo ogni lampo oltre la quiete
della sacra, dolce e inutile speranza.
Vivo ottemperando ogni diletto
e in me, o in tutto il resto
Nessuna immagine riaffiora più,
misericordia di vivi,
virtù di grigie menti
e delusioni che scoraggiano
ogni ultimo arrivato.
Sapessi correre, lontano andrei
e nei tempi delle genti
non lascerei più nulla,
nessun’altra immagine
nelle menti delle genti.
Se di giorno trovassi un minuto
un solo infinitesimo
della vita eterna
saprei come cibare la mia sete.
La mia sete di pregiudizio.
E vincere il silenzio
dei miei silenzi.
Non ho più niente, immagino.
Nulla più oltre la tenerezza
di cullarmi su queste pagine
e piangere ad ogni riga letta.
Ho solo un lungo, ruvido pensiero
di un pensare che mente,
che nulla sa più.
Ho il ricordo di una preghiera,
di una stanza che a bocca chiusa
non ha nemmeno il coraggio
di guardarmi negli occhi e spegnermi.
Ho il sacrificio nelle mie mani,
ho tutti i soli che non brillano più,
ho consegnato i miei calici
alla bellezza di questa terra
e d’improvviso ho smesso di pentirmene.
Trascinarsi è come vincere
la forza della vita
con l’unica apparenza
che questa non esiste più.
Quali allora saranno
tra l’anima e tutto il resto
gli unici desideri
in grado di vincere ogni tiranno ?
Lo ignoro, ne sono certo.
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Nelle mie mani
Rammento il sole e piango
le giornate di buio verno
quando cumuli di ribrezzo
s'accingono a raccontare
le sciocche e bionde meraviglie
del nuovo, viandante, Natale.
Ho l'animo appollaiato
su un camino di cibi spogli
e apro l'uscio aspettandomi
che, nel mezzo di fitti orgogli,
qualche luce cancelli presto
la ruggine del mio torpore.
Non ha più senso
- foschia e visibilio -
cullarsi sulla seta
di una poltrona stanca
dei miei tristi domani,
o nel tedio del fuoco
spento da molteplici mani.
Rammento il sole e penso
a quando un giorno,
violando le palpebre,
umide di lacrime,
mi poserò su un petalo di gardenia
e, lasciandolo accarezzarmi,
lo abbraccerò come fosse
la mia migliore madre.
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